Prove

And Roger: il videogioco da pochi euro che ti rovina la giornata (e fa benissimo)

C’è un genere di consiglio che arriva sempre dalle persone giuste, e di solito è accompagnato da un avviso tipo “guarda che ti si spezza il cuore, eh”. Quando qualcuno del nostro gruppo Telegram di Insert Coin mi ha suggerito And Roger con quella premessa, sapevo già cosa mi sarei dovuto aspettare. Non sapevo però che mi sarebbe servita una serata intera per smaltirlo.

And Roger è un gioco piccolissimo, in tutti i sensi. L’ho pagato 1,50 euro, scontato da 4,99, sul Nintendo eShop — una cifra talmente ridicola che quasi ti senti in colpa nei confronti degli sviluppatori. Si finisce in un’ora e mezza, forse due. Io l’ho chiuso in due sessioni e — chi mi conosce lo sa — sono uno che di solito ci mette almeno un terzo del tempo in più rispetto alle stime. Ma il tempo, quando si parla di un gioco così, conta poco e niente. Perché ci vorranno anche due ore per finirlo, ma poi And Roger ti rimane dentro per giorni, settimane. Sta lì, nella tua testa, a maturare pensieri sulla vita e sulla società e ti riesce fuori di nuovo ogni qualvolta salta fuori qualcosa che parla di abilismo, di patologie che riguardano il nostro cervello, più banalmente di rispetto verso le condizioni altrui.

Il medium perfetto per raccontarti una malattia

Parto da una convinzione che And Roger mi ha confermato per l’ennesima volta: il videogioco è, senza rivali, il mezzo migliore che abbiamo per far provare certe esperienze a chi non le ha mai vissute. Non per raccontarle, per farle provare sulla propria pelle.

Quando un libro ti descrive una malattia psichiatrica, tu ti immedesimi nel personaggio, ma resti sempre dall’altra parte dello schermo. Lo stesso vale per un film. Il videogioco invece no: il videogioco ti costringe a compiere l’azione direttamente, a fare un gesto volontario che non puoi subire o ignorare. È la differenza tra leggere di un omicidio e dover premere tu il tasto che lo compie — quell’atto ti obbliga ad abbattere un muro che la tua coscienza, normalmente, non è disposta a toccare. And Roger, per fortuna, non ti chiede nulla di così brutale. Ma applica esattamente lo stesso principio a un tema molto più quotidiano, e proprio per questo più devastante: la demenza.

E qui lasciatemelo dire una volta per tutte, per chi ancora pensa che il videogioco sia un passatempo minore rispetto a libri e cinema: no. È l’unico mezzo capace di spiegarti, dall’interno, come funziona una malattia del genere come non può fare nessun altro mezzo.

Una casa che non riconosci più

And Roger racconta la vita di una donna attraverso tre capitoli, dall’infanzia (raccontata come una sorta di flashback) fino all’età adulta, quando è sposata e deve fare i conti anche con il rapporto con il padre. Non vi dico altro sulla trama, perché la scoperta è buona parte del pugno allo stomaco che vi aspetta.

Quello che posso dirvi è come si apre: la protagonista si trova in una casa che non riconosce, con una persona che pensa essere uno sconosciuto, incapace di ritrovare suo padre o di capire cosa le stia succedendo intorno. Scappa, si rifugia in una panetteria. E da lì la storia va avanti, capitolo dopo capitolo, mostrandoci una ragazza che convive con seri problemi di natura cognitiva.

Pedine che si muovono sullo schermo, come la sua testa

Tecnicamente And Roger è una visual novel, ma la parte interattiva — quella che fa davvero il lavoro sporco — passa attraverso dei minigiochi elementari: bisogna muovere con gli stick dei piccoli oggetti simili a pedine della dama. Queste pedine vanno afferrati e posizionati in punti precisi dello schermo. Io l’ho giocato su Switch in modalità mouse, che qui è quasi indispensabile.

Prendete il gesto di rispondere al telefono. Per molti di noi è un gesto automatico, non ci pensiamo nemmeno. Per la protagonista è un’operazione complessa quanto disarmante: allungare la mano, prendere la cornetta, e per farlo devi pescare la pedina giusta in mezzo a un mucchio di pedine che si muovono continuamente sullo schermo, senza sbagliare. Sono minigiochi banali sulla carta. Ma quella banalità è voluta: è il modo in cui il gioco ti fa sentire, per un istante, quanto possa essere complicato per una persona con questi problemi compiere gesti che noi diamo completamente per scontati.

Stile e impatto: siamo dalle parti di Last Day of June (forse oltre)

Esteticamente And Roger è tutto disegnato a mano, con scene per lo più statiche ma alcuni momenti che si aprono in un 3D volutamente stilizzato. Stile grafico curatissimo, musiche altrettanto azzeccate. Il risultato è un’esperienza che ti tiene sul filo di un’emozione pesante dall’inizio alla fine — direi che siamo dalle parti di Last Day of June come impatto, forse anche un po’ oltre, perché qui le azioni che ti tocca compiere ti fanno percepire fisicamente quanto sia difficile, per chi ha problemi mentali di questo tipo, fare cose che per noi sono automatiche. E ti trasmette benissimo anche il disagio di perdere la lucidità anche solo per un istante.

Quindi sì, alla fine ti colpisce, e parecchio. È un gioco che consiglio a tutti quelli che, come me, ogni tanto vogliono stare un po’ male. Se invece cercate qualcosa di rilassante, girate alla larga: è evidente che non fa per voi.

Una cosa mi ha un po’ infastidito, ed è giusto dirla: And Roger inserisce una componente di preghiera, un elemento religioso (più che spirituale) che secondo me non c’entra granché con un tema che è, di base, scientifico. Mi ha anche sorpreso, visto che lo studio dietro il gioco — Tiri Studio, giapponese, ufficialmente due persone anche se dai titoli di coda si capisce che il team reale era ben più ampio — non è esattamente il contesto in cui mi aspetterei quella componente. Sarà che sono molto distante da queste tematiche, soprattutto all’interno di un videogioco, dove non posso far altro che percepirle con un tentativo di velato di indottrinamento. Un messaggio tra le righe non gradito che suona come “nella malattia, la preghiera può sostenerti”. No, nella malattia solo una cosa può sostenerti: la scienza e l’affetto dei cari. Ma questo è il mio punto di vista, sia chiaro. Tuttavia, anche togliendo di mezzo il mio pregiudizio, resta un elemento che stona con il resto, senza però rovinare l’esperienza complessiva: al massimo, ti fa storcere il naso per qualche minuto.

Quindi, va giocato o no?

And Roger tocca punti dolenti che, chi più chi meno, riconosciamo tutti: il rapporto col padre, l’amore coniugale messo alla prova, un marito che arriva al punto di rottura dopo l’ennesimo imprevisto (c’è una scena, quella della minestra rovesciata, che probabilmente è quotidiana in tante case dove convivono con problemi di questo tipo — demenza, ma anche autismo o altre condizioni simili). Vi fa riflettere abbastanza da rovinarvi la giornata. Inutile girarci intorno.

And Roger però alza l’attenzione anche su un tipo di difficoltà che chi non la vive, semplicemente, non considera mai abbastanza. E ogni tanto fa bene mettersi nei panni di chi invece queste difficoltà se le porta dietro ogni giorno. Quindi sì, se potete, giocateci. Lo trovate ovunque, costa meno di un caffè, e vi porterà via al massimo due ore. Due ore che difficilmente vi pentirete di aver investito in questo modo.

Franco Aquini

Franco Aquini scrive da sempre di tecnologia e intrattenimento. Ha iniziato a muovere i primi passi su DDAY.it, con il quale collabora ancora. Da qualche anno ha avviato il progetto Insalata Mista, che è prima una newsletter e poi un podcast che parla di tecnologia, intrattenimento e attualità.

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