Ogni tanto, in mezzo alle solite produzioni imponenti ma senza anima, capita un gioco che ti arriva addosso come un fulmine a ciel sereno e ti ci vuole un po’ per riprenderti. Replaced è esattamente questo. Lo firma un piccolo studio bielorusso con base a Cipro, eppure ha i valori produttivi di un vero e proprio “indie tripla A” — un’etichetta che uso raramente, ma qui ci sta tutta. Costa 20 euro su PC e Xbox, oppure niente se lo scaricate tramite Game Pass. E se dovessi scommettere già ora su un candidato al gioco dell’anno, questo è uno dei primi nomi che scriverei.
Un futuro distopico che sa di Philip K. Dick
Siamo a Phoenix, una metropoli murata dove dentro ci sta la cittadinanza facoltosa e fuori restano gli “scarti“: chi è stato rifiutato, o chi non ha voluto integrarsi. Un dettaglio non da poco è che gli emarginati vengono usati praticamente come pezzi di ricambio, organi compresi, per allungare la vita ai ricchi. Sopra a questa premessa già brutale di suo, Replaced costruisce una riflessione seria sulla vita eterna, sull’ossessione per i ricambi e le classi sociali che alla fine sa un po’ di lotta di classe, quasi con una vena di “socialismo inside” che non nasconde affatto.
Ma il colpo di genio è nel prologo: durante lo sviluppo di un’intelligenza artificiale — tema quantomai attuale — un imprevisto la fa finire intrappolata nel corpo del protagonista. Per tutta l’avventura, quindi, non leggiamo i pensieri di un essere umano, bensì i pensieri di un’IA che sta imparando, in diretta, a comprendere un corpo biologico che non è il suo. Si tratta di fantascienza matura, quasi filosofica, che profuma parecchio di Philip K. Dick, e non lo dico con leggerezza, anzi.
Limbo, Inside e Flashback che si tengono per mano
Se dovessi riassumere Replaced con tre riferimenti, direi: Limbo, Inside e Flashback (che per corrisponde Santissima trinità). Da Limbo e Inside prende quell’incipit spiazzante, in cui vieni buttato nell’azione senza capire bene dove sei finito, per poi ricostruire pian piano una trama densa e stratificata. Da Flashback eredita invece il connubio tra platform ed esplorazione, riletto in chiave moderna.
Il gameplay regge su tre gambe, tutte solide. C’è un combattimento free-flow frequente, brutale, coreografico, che si evolve continuamente sbloccando nuove mosse, colpi speciali e funzioni per la pistola — talmente appagante da farti desiderare i boss fight solo per il gusto di metterti alla prova, non per obbligo. E badate bene: io sono quel tipo di giocatore vigliacco che vorrebbe i giochi praticamente senza boss, tanta è l’ansia da prestazione che mi scatenano. Qui invece è successo il contrario: il sistema di combattimento è talmente godurioso che non mi bastava mai e ne volevo sempre di più.

C’è poi un platforming lungo, fluido, integrato benissimo nell’esplorazione del mondo. E ci sono enigmi di hacking in perfetto stile retrofuturista, in cui violi telecamere e sistemi d’allarme incastrando blocchi tridimensionali dentro sequenze a tempo. Infine c’è la durata del gioco, che si riflette sullo spessore dell’esperienza. Chi si aspettava un’esperienza da quattro o cinque ore si sbaglia di grosso: Replaced dura circa tredici ore, e non ce n’è una che sembri messa lì per allungare il brodo.
Una direzione artistica inspiegabile per un gioco proposto a questo prezzo
Qui bisogna fermarsi un attimo, perché visivamente Replaced fa cose che oggi sembrano quasi impossibili da giustificare economicamente, visto il prezzo a cui viene proposto (lo ripeto: venti euro appena). È pixel art sublime applicata sopra un mondo completamente tridimensionale: lo scorrimento resta 2.5D, ma il protagonista si muove in profondità su più livelli, e la telecamera ruota rivelando quanto quegli spazi siano davvero tridimensionali. L’illuminazione dinamica e le ombre proiettate si fondono con la grana pixellosa in un modo che rende praticamente ogni inquadratura un quadro da stampare e appendere al muro.
Sopra a tutto questo, un’estetica retrofuturistica anni ’80 curatissima: un dispositivo portatile che ricorda una radiolina o un Walkman vi accompagna per ascoltare musica, scattare foto, leggere documenti e interfacciarvi con i computer dell’epoca. Quel misto analogico-digitale che la fantascienza classica sapeva fare così bene, qui torna intatto.

Se proprio devo trovare una crepa in un quadro quasi perfetto, è questa: il gioco genera un’ansia esplorativa niente male in chi, come me, non riesce a lasciarsi indietro un collezionabile. Ogni bivio — tipo quelle scale dove puoi andare a destra o a sinistra — porta con sé il terrore di aver scelto la strada “giusta” per la storia e di essersi precluso per sempre la possibilità di tornare a raccogliere fumetti, foglietti, volantini, canzoni sparsi ovunque. Non è un difetto di design, sia chiaro: è solo che il mondo che hanno costruito è talmente affascinante che non ti va di lasciartelo alle spalle.
Quindi, gioco dell’anno?
Replaced è un trionfo, di quelli che ti lasciano addosso lo stesso stupore che personalmente ho provato con Cocoon, ma moltiplicato per dieci. Il ritmo non cala mai, la varietà di situazioni non si esaurisce, e onestamente fatico a trovare una controindicazione seria. Se amate la pixel art, la fantascienza scritta con criterio e un gameplay d’azione rifinito nei dettagli, i 20 euro (o il Game Pass, se già ce l’avete) non sono un consiglio, sono un obbligo morale.


