Entri al Museo del Calcolatore di Prato incuriosito da vecchi computer o vecchie console. Magari sperando di vedere, per la prima volta, un Magnavox Odyssey, la prima console per videogiochi. Invece, finisci per passare minuti interi ad ascoltare la storia della calcolatrice meccanica Compometer Model F. In un vortice storico delle tanti, tantissime, calcolatrici che hanno segnato – alcune in maniera indelebile, come la Programma 101 di Olivetti – il percorso di studio e imprenditoriale dell’Italia e non solo. Le console classiche, come l’Atari 2600, e i computer degli anni Ottanta, come il Commodore 64, sono esposte in bella vista; ma quasi vengono svilite di fronte al patrimonio storico lì presente, che risale agli anni Venti, Trenta, Quaranta. Un patrimonio che più che studiato può solo essere tramandato, attraverso la voce e la passione dei tanti volontari che si dedicano a una simile iniziativa. Il museo, che si trova in via Marino Olmi 45, nasce in ambito didattico fino a svilupparsi in una vera e propria esposizione nel 2011. Il curatore del museo è Riccardo Aliani, che è anche insegnante di informatica presso l’Istituto Tecnico Statale “Paolo Dagomari” di Prato. Un’idea che nel tempo è cresciuta, ha accolto tanti nuovi oggetti. E con fatica, con dedizione e tanta voglia di diffondere, fa scoprire una parte di storia nascosta: di cui oggi – con i PC, le console e gli smartphone – godiamo i frutti. Una corsa di oltre un secolo che sembra andare parallela a come l’Uomo è passato a camminare in posizione eretta. Oggi Aliani e un gruppo di volontari – fra cui Massimo Belardi, intervistato insieme ad Aliani, e conduttore del podcast Hardware Memories – portano avanti la missione.

Quando si tratta di vecchie calcolatrici, come riuscite a risalire al modo in cui funzionano? Quanto è complicato reperire questo tipo di materiale o di conoscenza?
Riccardo Aliani: Il loro funzionamento non è così difficile da imparare, tutte ricalcano uno schema comune. Per cui, una volta trovato il manuale di una calcolatrice che usa quel modello progettuale, una vale l’altra, eccetto tasti speciali per i quali a volte invece è piuttosto difficile. Ci sono comunque in rete molte persone competenti e disponibili. Diverso il discorso della riparazione: i tecnici ormai sono quasi tutti passati a miglior vita, nella maggior parte dei casi portandosi dietro la loro preziosa dote di conoscenze. Anche qui spesso ci si affida a esperti in rete o a video esemplificativi; ma a volte la riparazione è talmente complessa che nessuno riesce veramente a indicarti il metodo di riparazione.
Oggi il museo occupa una sede temporanea. Quali sono i piani per il futuro?
Aliani: Da tanto tempo stiamo insistendo con le istituzioni locali affinché ci “adottino”: noi siamo pronti a cedere tutto il materiale che abbiamo raccolto e a diventare semplici “curatori” dell’esposizione, col nostro know-how. Questo però comporta affidarci uno spazio permanente, con relativi costi d’installazione e di “gestione ordinaria” davanti ai quali insorgono problemi economici che solo politici lungimiranti possono affrontare. Infatti molte delle strutture permanenti del genere in Italia (tolte le sezioni a tema nei musei) sono private, come All about Apple e CTRL+ALT Museum.
Quante persone fanno parte dell’organizzazione del museo? E come vengono suddivisi i compiti e i ruoli?
Aliani: Intorno al museo ruotano una decina di persone “attive”, oltre ad un’ottantina di soci ordinari. I compiti vengono principalmente divisi a seconda del tempo a disposizione e delle inclinazioni personali. Per i compiti decisivi rimaniamo in 2-3.

Come trovate nuovi oggetti da esporre?
Massimo Belardi: Le modalità sono le solite che segue anche un collezionista di retrogaming o retrocomputer: tramite i mercati virtuali, come eBay; attraverso la visita di mercatini fisici, quelli rituali, come alcune zone storiche di Firenze; oppure mercatini ad hoc per altri eventi. Per una buona parte, nel nostro caso, sono state importanti invece le donazioni gratuite delle persone. Il fatto che stavando donando un oggetto a cui tenevano o di famiglia a un museo le rendeva più partecipi e più interessate a farlo a titolo gratuito. È stata una buona parte del successo della collezione attuale del museo.
Qual è il pezzo più importante della collezione?
Belardi: Con l’acquisizione della P101 siamo riusciti a colmare una delle lacune più importanti per un museo tecnologico. Avere in Italia la P101 è fondamentale, visto che è riconosciuta come primo personal computer in senso allargato. A parte questa, secondo me uno degli oggetti più importanti che abbiamo è la Audit 52, una macchina meccanica. Testimonia una delle parti fondamentali del museo del calcolatore, cioè le macchine contabili. Non si trovano spesso, anzi sono piuttosto rare perché erano macchine ingombranti, smaltite spesso per risparmiare spazio. Noi abbiamo avuto la fortuna di raccoglierne diversi modelli di diverse fasi storiche. La Olivetti Audit 52 è la più anziana che abbiamo. Poi è Olivetti e quindi ci teniamo.
E qual è, invece, quello che più vorreste ma ancora vi manca?
Belardi: L’Osborne 1. Riconosciuto come primo vero, serio, tentativo riuscito di fare un personal computer trasportabile. Dico serio e riuscito perché la sua ingegnerizzazione prevedeva che fosse trasportato sull’aereo. Era fatto per stare sotto un seggiolino. ìArriva fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 e ha una storia interessante. È un oggetto complicato da trovare perché ha avuto più successo negli Stati Uniti che in Europa e per trovarlo bisogna andare in lidi non facili da accedere.

La domanda che più frequente viene posta dai visitatori?
Belardi: Dipende dall’età. Il visitatore di mezza età, più amarcord, ci chiede conferme sui suoi ricordi, su come venivano usate certe macchine. Mentre i più giovani sono più interessanti da questo punto di vista. Pongono domande a cui non penseresti. Anzi, a volte fanno confusione. La Audit 52 venne confusa per un pianoforte. Oppure fanno un sacco di domande basiliari su cos’è la meccanica, su come funzionano gli oggetti meccanici. E quando glielo spieghi, nella loro testa prende forma, come se fosse un rendering, il meccanismo che stai descrivendo. I più rimangono scioccati quando viene spiegata la memoria magnetostrittiva. Nessuno immagina che quel pezzo di filo veniva usato per memorizzare informazioni.
Nel corso degli anni che tipo di risposta ha dato la città di Prato alla vostra iniziativa?
Aliani: Solo negli ultimi anni Prato sta cercando di costruirsi un volto “turistico”, dato che è dotata di molte attrattive che andrebbero valorizzate, anche se non ha il magnetismo di Firenze. La nostra iniziativa non è molto conosciuta, ma viene positivamente recensita conoscendola. Facciamo molta attività con le scuole per aumentare la nostra visibilità, stiamo facendo il possibile per essere inseriti in circuiti turistici di recente istituzione sul territorio.

