Editoriali

Rockstar Games può fare ciò che gli altri non possono

Non sono qui per raccontarvi ciò che ieri sera (27 agosto) Rockstar Games ha mostrato del suo prossimo grande videogioco, Grand Theft Auto VI. Per quello, trovate già millemila articoli, video, Reel e altro ancora, in cui vengono analizzati i vari fotogrammi e le nuove meccaniche del gioco e le dinamiche dei due personaggi principali.

Preferisco invece soffermarmi su aspetti apparentemente secondari, contestuali. Cioè come Rockstar Games sta comunicando Grand Theft Auto VI e come lo ha creato. Permettendosi di attuare strategie e mantenere posizioni che nessun altro può fare. Nel bene e nel male.

Rompere gli schemi

Dovete sapere che io adoro quando viene rotto qualcosa. Abitudini, consuetudini, modi di fare, strategie: qualunque cosa che per tanto tempo è stata fatta in un certo modo e si è continuato a fare in quel modo. E nessuno si è mai chiesto “scusate, ma se facciamo cosà?”

Motivo per cui, facendo un passo di lato, quando Xbox ha annunciato che praticamente tutti i suoi titoli sarebbero arrivati anche su altre piattaforme, io sono stato contento: ha rotto gli schemi, ha provato un’altra strada. Non ha funzionato, è evidente, ma ci ha provato. Ero il suo primo fan.

Ecco perché dico: viva Rockstar Games. Perché, almeno da questo punto di vista, ha fatto molte cose diverse in questa occasione, per la sua strategia di marketing di Grand Theft Auto VI. (Naturalmente perché – da qui il titolo – può permetterselo.) Ha preso le decisioni che servivano a promuovere il suo gioco, non quelle che genericamente vengono attuate di solito, dagli altri. Persino attivando i pre-ordini due mesi prima di mostrare il gameplay.

Così com’è stato importante il palcoscenico virtuale per il debutto dell’anteprima estesa: Netflix. Già questo ci dice tantissimo. Non Twitch – alveare delle dirette di argomenti di cultura pop e nerd – ma Netflix. Che oggi conta oltre 300 milioni di persone abbonate e, soprattutto, non ha una verticalità specifica. Non è lo streaming videoludico; ma è la piattaforma dove tantissime persone vanno. La piattaforma di Squid Game, di Stranger Things e di altri fenomeni che negli ultimi anni hanno preso possesso del discorso generale, almeno per un po’.

Se vuoi fare della tua presentazione un evento mediatico che possa trascendere il mero “videogiocatore” (profilo che, so bene, è incredibilmente disomogeneo e trasversale), vai su Twitch o vai su Netflix? Ça va sans dire.

E qui, una banale constatazione: se vuoi parlare di videogiochi al pubblico più ampio possibile, conviene non farlo sulle piattaforme specializzate dei videogiochi.

Un po’ perché quelle persone lì, gli utenti che seguono (anche svogliatamente) il settore, sanno che sta per uscire Grand Theft Auto VI: nemmeno devi sforzarti di far sapere loro che arriverà il sesto capitolo.

Un po’ perché così, su Netflix, puoi affermare di non essere solo un videogioco: bensì di essere altro; un’opera multimediale interattiva [semicit.] o che comunque farai parte della cultura dell’intrattenimento per tutti. Ti elevi, non ti limiti.

Secondo i dati di Sensor Tower riportati da GamesBeat, con l’anteprima di GTA VI “il numero di spettatori è aumentato del 35% rispetto all’ora precedente (nell’ora in cui è iniziata la presentazione). Rispetto allo stesso orario del giorno precedente, l’aumento è stato di circa il 50%.” Inoltre, “Sensor Tower ha anche segnalato un aumento di quasi il 50% degli utenti dell’app mobile rispetto alla media registrata nello stesso orario nei 12 giovedì precedenti. Le visite al sito web sono aumentate del 125% rispetto alla stessa media. Per alcuni utenti, questo ha addirittura causato il blocco della piattaforma proprio all’inizio della presentazione.”

Per questo stesso motivo, Rockstar Games ha scelto con grande attenzione a chi rilasciare le interviste di questi giorni, che sono uscite quasi in contemporanea con l’anteprima estesa su Netflix (pubblicata poche ore dopo su YouTube). In molti casi lasciando indietro i portali specializzati.

Dazed, per esempio, è un portale che parla di cultura, stile, arte, fotografia, moda. Non è un sito di videogiochi verticale. Eppure, è stata fra le testate scelte da Rockstar Games per un’intervista in anteprima.

Nell’articolo (intitolato “GTAVI: An exclusive deep dive into the video game of the decade”) le immagini usate, pensate, hanno una particolare didascalia: viene descritto l’abbigliamento usato dai due protagonisti di Grand Theft Auto VI – Lucia e Jason – indicando i marchi (fittizi) del gioco: gli orologi di Ferruccio Tucci, gli occhiali di Stock 305 e così via. Poi nell’articolo, che fa parte del numero di settembre della rivista, si parla anche delle dinamiche del gioco, dell’ambientazione e parla anche Rob Nelson, capo sviluppo di Rockstar North.

Un’altra intervista (“The Grand Ambitions of Grand Theft Auto VI”) è stata pubblicata dal New York Times. Anche in questo caso accesso esclusivo e anticipato all’anteprima che noi altri poveri mortali abbiamo dovuto vedere su Netflix – o come me su YouTube.

Da quel che vedo, fra i siti videoludici specializzati solo IGN ha partecipato a quell’anteprima.

Un impatto grafico mai visto prima

Ciò che si è visto nell’anteprima ha colpito tutti per un motivo soprattutto: visivamente è spettacolare. I movimenti di camera, le transizioni fra giocato e scena di intermezzo: tutto lascia pensare – non che avessimo dubbi prima – che Grand Theft Auto VI sarà il videogioco tecnicamente più rilevante di sempre.

Un’altra grande possibilità garantita a Rockstar Games e che a nessun altro studio del mondo – nessun altro – viene garantita. Persino per Take-Two – che possiede 2K Games e Zynga – Rockstar Games ha una libertà fuori scala, che le Naughty Dog, le Santa Monica Studio si sognano. Forse solo gli studi di Nintendo che lavorano ai videogiochi principali di Super Mario e The Legend of Zelda possono avvicinarsi.

Da molti anni Rockstar Games sta lavorando a Grand Theft Auto VI. L’importanza di concentrare le risorse su questo videogioco è stata menzionata persino quando ha comunicato la decisione di non creare più nuovi contenuti per Red Dead Online, la modalità multigiocatore di Red Dead Redemption 2 (un videogioco che dal debutto ha mosso 87 milioni di copie). Era luglio 2022.

Rockstar Games ha potuto raggiungere quel risultato per vari motivi. I talenti che ha attirato, il motore grafico personalizzato sono alcuni; ma soprattutto tantissime persone hanno potuto lavorare per tanti anni con un budget metaforicamente infinito.

Nessuno studio al mondo ha questa possibilità. Hai voglia a curare i dettagli.

Già al debutto di Red Dead Redemption 2, ed era il 2018, il lavoro certosino e la resa dell’ambientazione sono rimasti impressi a chiunque abbia giocato a quel gioco. Motivo per cui ancora oggi Red Dead Redemption 2 sembra un gioco dell’attuale generazione.

Con Grand Theft Auto VI – dopo che il quinto capitolo ha avuto un successo commerciale che definire strepitoso è un eufemismo – ogni paletto è saltato. Apparentemente – perché nessuno di noi mortali lo ha ancora visto da vicino – l’unico obiettivo è stato creare la produzione videoludica più di impatto che il mondo intero potesse vedere. A discapito, quasi sicuramente, delle condizioni di lavoro – che saranno stati massacranti – delle aspettative fuori scala e di una pressione interna gigantesca.

A questo proposito urge, qui, un’ultima considerazione. Esistono due Rockstar Games. La prima, quella della dirigenza, che va criticata con ogni mezzo. Perché è la stessa società che ha licenziato delle persone perché su Discord parlavano di condizioni di lavoro adducendo che avessero invece spifferato informazioni riservate fuori dal recinto aziendale (basta recuperare il video di People Make Games per realizzare che è una baggianata). E poi parla di quanto è stato fondamentale l’apporto delle persone nella realizzazione di GTA VI.

E c’è una seconda Rockstar Games. Quella composta dalle persone – artisti, scrittrici, sceneggiatori, programmatrici – che hanno sudato per lavorare a Grand Theft Auto VI, che hanno per davvero creato questo videogioco; che da anni non vedevano l’ora di poter vedere le reazioni che ora stanno fluendo su tutti i social network; di vedere questo orgasmo collettivo per un videogioco che rappresenta probabilmente l’apice tecnologico di questo medium. Dopo anni di silenzio obbligato, di leak, di difficile lavoro e di sopportazione, ora hanno avuto una piccola valvola di sfogo. Posso immaginare quanto si sentano più leggeri.

Massimiliano Di Marco

Massimiliano Di Marco scrive dal 2009, ma è iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dell’ordine della Lombardia dal 2016. Il suo percorso lavorativo è partito da realtà editoriali specializzate in videogiochi, come Gamestar, Game Republic e Spaziogames, per arrivare a testate focalizzate sulla tecnologia di consumo e generaliste, fra cui Telefonino.net, Business Insider Italia, Vice Italia e International Business Times Italia. Oggi scrive a tempo pieno per DDAY.it.


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