Martha Is Dead. Batora: Lost Haven. Daymare 1994: Sandcastle. Sembra strano, visti i titoli: ma ognuno di questi videogiochi è stato realizzato in Italia. E sono solo una manciata di esempi delle tante produzioni che in Italia si fanno ogni anno. Sempre di più. Qualche anno fa questa enorme creatività italica sarebbe sembrata un’utopia. Ma c’è, si vede e si tocca sempre più di frequente. Solo nelle scorse settimane hanno debuttato Yellow Taxi Goes Vroom, Death Noodle Delivery e Gambit Shifter.
Per tanto tempo, escludendo marchi storici come Simulmondo, l’industria dei videogiochi italiana è stata raccontata soprattutto attraverso Milestone, che gestisce ancora oggi la serie MotoGP e che fa parte, da qualche anno, del gruppo svedese Embracer. Sì, QUELLA Embracer. Insieme a 34BigThings (Redout, Gomorra) e Destiny Bit (Dice Legacy, Empires Apert). Ma non è questo il punto. Oggi diamo quasi per scontato che i videogiochi italiani siano sempre di più e siano eterogenei, significativi e interessanti. I recenti Svilupparty e Bologna Game Farm, importantissimo acceleratore di promettenti videogiochi italiani, lo hanno dimostrato ancora di più: le idee non mancano. E ci sono tante persone e studi che nonostante tutto ci provano e danno concretezza a quelle idee. Di scontato, in questo, non c’è niente. Guardando indietro di 10-20 anni, si auspicava un Rinascimento italiano che potesse, perlomeno, mettere in secondo piano il ritardo colpevole delle istituzioni nel supportare un’industria; che altrove, invece, è stata per anni spinta. Oggi i risultati si vedono: Francia, Germania, Regno Unito. Iniziative come il credito fiscale portano più investimenti, alla nascita di nuove aziende e nuove professionalità, anche dall’estero. Questo, ancora oggi, non è chiaro a molti. Ma è innegabile che, nonostante la crescita, i videogiochi italiani sono cosa altra rispetto ad altri settori. Per un motivo semplice: fatturano prevalentemente all’estero. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2022, dicono che i 130-150 milioni di euro fatturati dalle società di produzione di videogiochi italiane sono generati al di fuori dell’Italia, che rappresenta appena il 7% degli introiti complessivi. Significa fra i 9 e 10,5 milioni di euro. Mentre complessivamente il consumo in Italia di videogiochi – fra software, console e accessori – ha superato, nel 2023, i 2,3 miliardi di euro. Il sempre più ricco mercato dei videogiochi italiano non arricchisce i videogiochi italiani. Così, i 120,6 milioni incassati dai film italiani in Italia nel 2023 appaiono quasi come uno scenario fantascientifico. Qualcosa a cui ambire, ma che pare proprio appartenere a un universo parallelo. C’è un’altra cosa. Il mercato dei videogiochi resta prevalentemente internazionale; e ciò non vale solo per i videogiochi italiani. Per questo i videogiochi hanno nomi inglesi. E nei prossimi mesi avremo On Your Tail (Memorable Games), Enotria: The Last Song (Jyamma Games). Guardando solo i nomi potrebbero essere realizzati in Polonia o in Finlandia. Eppure sono italiani. Già questo è un risultato da non sottovalutare.


